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Davide Barbarino | Works


Il segno si dà allo spazio come una traccia nella neve. Oppure lo spazio si ritrae lasciando il segno come traccia, senza neve, in un vuoto che comincia a fermentare in silenzio e in assenza. Dato il primo segno, gli altri che vengono sono esecuzioni semiautomatiche di crescite geometriche, biologiche, vegetanimali. Crescite sonore, interdipendenti, prelinguistiche, come corpi che si trovano. Un segno non solo per la superficie, ma per il contraccolpo che dalla punta dello strumento risale le dita, abita la mano, percorre l’avambraccio, fino al gomito e alla spalla. L’effetto-eco del segno nel corpo di chi lo fa entrare tra le cose, prima come gesto e dopo come segno. E contraccolpo anche in chi guarda, che si sente frugare il corpo dal quel segno, da quel gesto. Un dizionario di tracce, ma senza l’entità che le ha rilasciate, senza l’esplicitazione, l’agnizione, il riconoscimento. Tracce di tracce che alludono senza dire: ci sarebbero animali, uomini in corsa, rizomi, vene di fiumi e di avambracci, pezzi di terre, geografie, cacce, tauromachie, folle o pellicce, mute di bestie, formicai e carovane, tessuti biologici e concettuali. Tutte queste cose ma prima di esserlo, o dopo esserlo state. Mai sé stesse. La ripetizione in ogni tavola, la ripetizione delle tavole, la ripetizione della ripetizione non sono varianti di un itinerario, sono frame-Lumière che si danno non nella successione diacronica, nella rappresentazione dell’ in progress, ma nel racconto inesplicito di un’interna cinematografia sottotraccia.

Il primo segno è l’ultimo. In mezzo l’emergere sempre indistinto di una grammatica generativa dove un gesto marcante condiziona premesse sviluppi esiti del successivo, nell’esperimento, nella prova chiarificatrice o autoescludente, nella distillazione di pattern virali o solipsistici. Arte preistorica, astrattismo, notazioni musicali eterotopiche, fogli “preparati” senza Cage, para-apofenie, calligrammi proto-arabi, psicogrammi neandertaliani. Sempre inespliciti. Passaggi animali solo intuiti per geografie a venire. Quale comunità? Comunità del tratto e dello zoccolo, dell’inchiostro e del fegato, dei versi notturni e del semplice stare bene. Aree di sosta. Accampamenti. Riparazioni.


Matteo Meschiari

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